Lasciare spazio come aiuto alla vita

Ogni bambino quando nasce, vive un percorso biologico e naturale esattamente identico in tutto il mondo. A circa sei mesi riesce a stare seduto, a dodici mesi prova a camminare, cresce e si sviluppa in modo naturale con tappe ben precise; ma cosa accade di diverso in ognuno di loro durante questo tempo? Perché una persona diventa adulta in modo diverso da un’altra? Possiamo spiegare questo fenomeno per due motivi: il primo è di carattere biologico il secondo è stabilito dall’ambiente in cui quel bambino cresce. Quando parliamo di ambiente si intende la cultura, lo spazio e la lingua con cui il bambino viene a contatto e assorbe ciò che lo circonda. 

E’ in questo modo che un bambino sviluppa caratteri diversi da un altro e che vive esperienze differenti. Il magnifico lavoro del genitore è quello di guidare questo stato mentale incosciente e creativo verso una speciale attenzione ai bisogni del bambino. Questa sensibilità interiore viene anche chiamata periodo sensitivo, perché è un bisogno temporaneo che la natura dona al bambino per completare una certa sua abilità. L’adulto ha quindi il compito di riconoscere e aiutare il bambino a sviluppare le sue esigenze interne che non sono altro che spinte interiori, bisogni primari che lo aiutano a creare se stesso.

Con questa piccola digressione sugli studi che Maria Montessori ha sviluppato nel corso della sua vita, si capisce come sia importante il concetto di “lasciare spazio” e come sia altrettanto fondamentale il compito dell’adulto genitore stabilire dentro sé schemi ben precisi per aiutare il bambino a svilupparsi da solo. Questo concetto è molto più complesso del semplice lasciar fare al bambino ciò che vuole, non ha nulla a che vedere con questo; c’è una grande preparazione interna che porta il giovane genitore a diventare una guida attenta e osservatrice, un porto sicuro in cui il bambino può testare le sue emozioni e trovare la strada per capire il funzionamento delle cose e delle sue emozioni interne. 

Il bambino piccolo attraverso la sua personale scoperta del mondo, crea dentro sé le basi per sviluppare la propria fiducia verso se stesso e nei confronti del mondo e mostrando le proprie abilità nel saper fare, svilupperà la propria autostima. Questo processo comincia fin dalla nascita e prosegue tappa dopo tappa a seconda dell’età del bambino.

E’ quindi il momento di porci una domanda fondamentale: 

E’ meglio non lasciar fare o ascoltare ciò che il bambino ci sta chiedendo?

A questo proposito, gli studi della Montessori tornano di nuovo ad aiutarci. Il bambino ha un estremo bisogno di agire, fare e ripetere perché è solo attraverso queste azioni che la sua mente si sviluppa e si costruisce. Pensate che forza immensa hanno i bambini, riescono nel giro di un anno a passare dall’essere inermi al camminare, dal nutrirsi di soli liquidi a saper masticare completamente in autonomia, da soli. Se a otto mesi gli mostriamo una pallina loro proveranno a strisciare per andare a prenderla e quando vedranno degli scalini proveranno a scalarli. I bambini hanno una forza incredibile che noi adulti non abbiamo: Sono determinati e spinti dalla voglia di esercitare le proprie capacità. Questo concetto di libera scelta, di fare da solo è spesso spezzato dalle nostre paure e sopraffatto dalle nostre emozioni. 

Questo aspetto è molto complicato da comprendere, lo so. E’ difficile lasciar da parte ciò che siamo per dar spazio ai nostri figli, sembra una frase contraddittoria ma è vero! Quante volte scegliamo noi per loro, quante volte facciamo noi per loro. Queste piccole azioni costruiscono modi di fare e modi di pensare. Pensate al momento del parco giochi, quando abbiamo paura dei gradini dello scivolo e prendiamo in braccio il nostro piccolo per paura che cada; stiamo lasciando fare o scegliamo noi per loro? Questo è solo un esempio, ma è certo che a volte il nostro gigantesco amore ci rende protettivi (ed è bellissimo)  ma a volte non ci da la possibilità di far dimostrare a nostro figlio ciò che realmente è.

Per questo il messaggio importante che dovremmo far nostro è :

segui il bambino

In ogni circostanza in cui ci troviamo seguire ciò che lui ci sta chiedendo è la risposta.

  • Ci vuole fiducia reciproca nel lasciar spazio all’altro e richiederlo quando ne abbiamo bisogno.
  • Ci vuole coraggio a lasciar da parte le paure e provare a vedere ciò che gli altri vogliono mostrarci.
  • Ci vuole tempo perché ogni bambino ha il suo ritmo che è dettato dal suo cuore e ogni ritmo è diverso e conta tempi diversi.
  • Ci vuole rispetto di credere nel fatto che nostro figlio può farcela da solo senza il nostro aiuto.
  • Ci vuole calma e gentilezza, ogni persona è diversa, ogni cuore vive la propria storia.
  • Ci vuole ascolto verso ciò che sentiamo e verso ciò che hanno da dirci gli altri.
  • Ci vuole osservazione per vedere ciò di cui l’altro ha bisogno e mostrargli come poterlo fare.
  • Ci vuole forza per sostenere e guidare i nostri sentimenti e aiutare gli altri a poterlo fare da soli.

Lasciare spazio significa lasciare ai nostri figli la libertà di sbagliare, significa rispettarli abbastanza da poter far trovare a loro la soluzione giusta, si tratta di dare la possibilità di scelta per crescere secondo il loro cuore, accompagnandoli nella conoscenza delle proprie emozioni e guidandoli verso la scoperta del loro mondo. Si tratta di autoeducazione ed è bilaterale: educa-rsi per educa-re.

” Segui il bambino, lui sa”


Spero che questo articolo possa esserti stato utile. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi di questo argomento. Se ti va, fammelo sapere nei commenti.  

Ah dimenticavo… Qui di seguito, ti lascio il link di alcuni miei articoli, dacci un’occhiata magari trovi qualcosa di interessante! Se sei nuovo sul Blog devi sapere che la nostra famiglia crea prodotti per attività di gioco in casa e per tutta la famiglia! Dai un’occhiata nello Shop!

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A presto e buona giornata/serata!

Jessica

La tecnologia e i bambini nel 2021

Parliamo di uno dei grandi tabù delle famiglie: gli schermi. Fin dalla nascita di Fiore ho sempre avuto un grande punto interrogativo su questo tema. Io sono cresciuta con Aladin, il Re Leone , la carica dei 101 e via dicendo, sono ancora oggi i miei cartoni del cuore; ma ho pensato spesso a miei ricordi d’infanzia, paragonando le mie emozioni, i miei valori di un tempo ad oggi. Vi sembrerà banale ma da piccola ricordo che la morte di Mufasa mi aveva suscitato un gran sentimento di tristezza ed inquietudine (e se ricordo ancora oggi questo evento deve essere stato per me un momento molto forte e sensibile emotivamente) mi chiedo dunque quanti di questi episodi sono accaduti nella mia infanzia e cosa hanno poi suscitato/portato nella scoperta di me stessa e nel diventare adulta. Perchè questo? Perchè i bambini sotto i sei anni non hanno ancora sviluppato il pensiero astratto, vivono molto nel qui e ora, non sono ancora in grado di farsi domande sul mondo che li circonda, hanno bisogni diversi e scorrendo vedremo quali e soprattutto hanno bisogno di concretizzare le loro emozioni. Perciò questa mia riflessione sull’infanzia ha portato tanti interrogativi nella mia scelta come genitore, di esporre mia figlia a quella che è la tecnologia di oggi, che come ben sappiamo tutti, non ha filtri in nessun campo e in nessun modo e da molta importanza alla fantasia. Perciò In queste poche righe il mio intento è di portarti a fare anche tue, alcune informazioni scientifiche basate sulle regole guida OMS e la mia pura esperienza personale, per poterle fare tue.

Come vi dicevo grazie alle linee guida dell’ OMS sappiamo che l’esposizione agli schermi al di sotto dei bambini di 5 anni è davvero limitata. Sappiamo tutti che gli schermi possono portare a svariate problematiche quali diminuimento della vista, difficoltà nel dormire, difficoltà di attenzione, aumento di vita sedentaria che rappresenta un fattore di rischio di mortalità globale e aumento dell’obesità.

L’OMS infine sostiene che il tempo trascorso davanti agli schermi dovrebbe essere :

  • 0 – 1 anno : tempo consigliato: zero.
  • 2 anni: circa 1 ora al giorno, preferibilmente di meno.
  • 3 – 4 anni : non più di un’ora.

Ora diciamocela tutta, la vita di un genitore non è mai semplice, a volte è dura, quando siamo stremati, stanchi e arriviamo al culmine delle nosto vaso facciamo vedere la tv ai nostri figli per “ salvezza” . Gli schermi fanno comodo si, ma quello a cui non siamo abituati a pensare sono le conseguenze che gli schermi portano nei comportamenti dei nostri figli. Perché spesso siamo i primi ad offrire lo schermo quando a noi fa comodo, ma anche i primi a negarlo in certe situazioni e ci arrabbiamo focosamente quando loro iniziano a dimenarsi e piangere disperati perchè vorrebbero ancora guardare la tv.

Un bambino nei suoi primi anni di vita ha bisogno di costruire se stesso interiormente ed esteriormente, deve letteralmente toccare e vivere con mano la vita per poter sviluppare la propria mente, il suo linguaggio e il suo movimento. Ecco perché lo schermo è ritenuto anche negativo, perché in quel tempo che si passa seduti a guardare un sacco di colori e catturati da un sacco di stimoli, il bambino non fa, non crea, non costruisce. Acquisita questa consapevolezza, noi genitori possiamo fare di più, possiamo trovare alternative per intrattenere i nostri bambini quando abbiamo bisogno di spazio per le nostre faccende, per il lavoro e così via.

In questo articolo vedremo insieme come poter limitare l’uso degli schermi in casa e fuori prendendo spunti da alcune riflessioni che ho trovato in giro per il web, su articoli e su libri che parlano dell’argomento. 

La mia esperienza

In famiglia, fino ad ora abbiamo cercato il più possibile di non rendere lo schermo un’attività. Questo costa sicuramente una fatica e un impegno non da poco ma per noi è importante, perciò fin da subito abbiamo usato un sistema “controllato”. Di tanto in tanto la domenica quando siamo noi tre insieme tutto il giorno, dopo aver fatto le nostre attività se Fiore me lo chiede, guardiamo un documentario sugli animali. Questo momento dura circa dieci/quindici minuti per ora, poi è lei stessa a iniziare a fare altro e non dare peso alla tv. Questo controllo iniziale degli schermi, mi ha portato oggi a non essere “schiava” della tecnologia(verso di lei intendo, perché io lo sono 😂) e soprattutto a non aver nutrito per ora il suo interesse estremo o bisogno nel guardare la televisione. Tant’è che se ora lei si trovasse in una stanza con una tv accesa non la toccherebbe minimamente.

Con il telefonino non è altrettanto semplice perché è spesso nelle nostre mani durante le nostre giornate, ma anche qui con un sistema controllato abbiamo sempre cercato di evitare di esporla direttamente al telefono. Lo usiamo di tanto intanto quando c’è molto interesse da parte sua, guardando video suoi durante un’attività o foto scattate in un momento di speciale o di giornate al parco. Questo sempre nelle nostre mani e per un tempo limitato.

Le situazioni quotidiane scomode le viviamo tutti e quando scegliamo di esporre i nostri figli alla tecnologia dobbiamo ricordarci di mettere comunque dei limiti chiari e sicuri per non creare in futuro situazioni spiacevoli. Educare alla tecnologia costa fatica e tanta pazienza, soprattutto con i più piccoli. Questa è la nostra esperienza cresciuta fin da subito con lei. Ma come fare quando i nostri bambini sono abituati ad usare spesso la tecnologia? Ecco alcuni spunti per trasformare il tempo davanti allo schermo in tempo di qualità.

Usa tu stesso la tecnologia con controllo. Se tu stesso sei abituato a usare sempre la tecnologia, lo farà anche tuo figlio. Loro ci imitano e assorbono ciò che facciamo e come lo facciamo. Puoi darti dei limiti tu stesso quando siete insieme. Per esempio se lavorate da casa potete spiegare in che modo state usando la tecnologia e quale utilizzo ne state facendo per far percepire a vostro figlio che il tempo passato davanti a un pc è un tempo di dovere e non di piacere, potrebbe essere utile per loro chiarire questo punto.

Limiti. E’ importante per il bambino avere una routine chiara e scandita delle proprie giornate. Ai bambini piace sapere che cosa dovranno fare dopo, gli aiuta ad avere una visione ordinata e chiara per controllare il tempo. Come in casa si possono organizzare cartelloni e liste delle varie routine, si potrebbe studiare insieme anche una lista quotidiana per gli schermi. Questo aiuterebbe i genitori a evitare momenti di crisi e usare la lista come “salvataggio”.

Trasforma l’ora della tv in un momento di socializzazione. Trascorrere tempo a leggere e socializzare porta umore positivo. Umore positivo porta gentilezza e calma. Trovare nuovi modi di vivere la serata con la propria famiglia può essere davvero un toccasana per tutti. Alla sera si è stanchi dalla giornata di lavoro e di attività, se volete comunque rilassarvi davanti alla tv perché non fare in modo di impostare una routine che vi permetta di preparare cena con i figli socializzare con un’ attività e poi metterli a nanna? Avreste comunque il vostro momento relax sul divano. E’ questione di pazienza e un po’ di lavoro, ma se si parte in anticipo sulla tabella di marcia si riesce a fare tutto. L’ora della tv potrebbe diventare l’ora della lettura o l’ora della ginnastica di rilassamento familiare, oppure l’ora del “Come mi sono sentito oggi” oppure l’organizzare un bagno caldo insieme e la cura della persona. Impostando una routine anticipata riuscirete anche a dedicarvi voi del tempo da soli o con il vostro partner.

Cosa fare fuori casa. Ci sono momenti in cui abbiamo davvero bisogno che i nostri figli si autogestiscono.Come sempre siamo noi a dover lavorare di anticipo. Io personalmente cerco sempre di organizzare il dove il come e il quanto. Chiediti se il posto in cui andrete è adatto alla pazienza di tuo figlio, chiediti come potresti intrattenerlo e calcola le attività per il tempo che ti serve. Con un programma preparato in anticipo, magari scelto con l’aiuto del bambino il tempo trascorso fuori sarà più organizzato e quindi questo potrà limitare sicuramente l’uso della tecnologia perché sarà sostituito con altro organizzato in precedenza. Un libro da colorare, una piccola caccia al tesoro, attività di scoperta degli oggetti presenti nella stanza classificandoli per colore e così via.

Attività. Ti elenco qui alcune attività da fare in casa e fuori o in macchina! Usale come più ti piace, modificale, cucile per la tua famiglia. E ricorda che c’è sempre un’alternativa agli schermi.

  • Fare una passeggiata
  • In quale mano si trova?
  • Leggere un libro
  • Fare lavoretti domestici come pulire vetri o spazzare il salotto
  • Sotto la pioggia nelle pozzanghere
  • Giocare con il fango
  • Raccogliere i rifiuti
  • Dipingere
  • Creare un album di famiglia
  • Cercare tipi di foglie
  • Cercare gli animali
  • Contare gli alberi
  • Caccia all’oggetto
  • Costruire una casa per uccelli con i legnetti
  • Scavare una buca
  • Guardare fuori e contare le cose di quel colore
  • Ascoltiamo musica o audiolibri
  • Creare una mappa del territorio dove si andrà

E quando sono dai nonni?

Con il tempo sto imparando a smussare i miei angoli per permettermi di essere più libera nel vedere Fiore crescere anche con altri. Infondo i figli non sono nostri, noi accompagniamo il loro sviluppo, ma ciò che è importante e cercare di non trasferire i nostri bisogni nelle loro vite. I figli sono anime libere in costruzione e devono scegliere loro il cammino e la strada da percorrere e questo è importante tanto quanto vivere e apprendere le relazioni con le persone a loro vicine. Perciò se a casa si impostano certe dinamiche, non è detto che da nonni, zii o amici si debba per forza fare altrettanto; possiamo indicare la via e cercare di far comprendere i nostri valori importanti così da dare semplici linee guida per sapere cosa fare nella relazione tra loro e il bambino.

Per concludere la mia riflessione, vorrei passarti il concetto che non c’è nulla di giusto o sbagliato, ciò che fa la differenza sono le scelte, i modi, gli atteggiamenti che ogni giorno scegliamo di trasmettere ai nostri figli. Nulla deve essere estremizzato, ma la consapevolezza sta proprio qui: nel trovare le domande che ci facciano riflettere, per essere la versione migliore di noi stessi, come donne, uomini e giovani genitori educatori.

Limiti – regole. I “No” che si potrebbero evitare

Nell’educare Fiore abbiamo imparato a ponderare i NO e dopo svariate esperienze abbiamo creato due categorie:

No tassativi (compromettono la sicurezza del bambino)

No che si potrebbero evitare (compromettono il mio stato mentale e limitano il bambino)

Perché questo? Perché esiste nelle mente di noi genitori una paura innata che ci fa credere che spesso i nostri figli non sappiano fare, che dobbiamo fare noi per loro.

È normale avere paura, ed è un nostro dovere cercare di mettere in sicurezza sempre i nostri figli, però spesso alcuni no, comportano limitare il bambino nell’apprendere qualcosa e con un nostro lavoro interiore potremmo rendere questi episodi qualcosa di più che un semplice negare e basta.

“Non salire sullo scivolo” , “non scalare quel muretto” , “non andare lì perché è cacca” , “non andare su quella giostra perché non sei capace” .

I no che si potrebbero evitare sono davvero tanti e tendono spesso a diventare frasi che non hanno senso logico con la realtà (esempio quando gli diciamo che quell’oggetto è “cacca” ma in realtà è solo una vasetto di ceramica) e mettono in crisi il pensiero del bambino dandoci poca credibilità.

Per riuscire a fare questa distinzione ci siamo fatti più volte queste domande:

Sto dicendo no per paura mia?

Sto dicendo no perché oggi non ho pazienza?

Sto dicendo no per punirlo?

Sto dicendo no perché sto facendo altro?

Quando ci sorgono questi dubbi abbiamo il potere di riflettere e provare a non dire e vedere cosa succede, a lasciar fare e osservare.

L’autonomia, la responsabilità, il sentirsi pronti e capaci, affrontare la paura, e crearsi la propria autostima arrivano anche da queste esperienze perché se diamo fiducia al bambino, lui avrà la possibilità di provare, sbagliare o farcela da solo.

Il lavoro del genitore è come quello di una guida turistica: bisogna studiare prima il percorso, sapere cosa raccontare e tenere ben presente cosa si può fare e cosa no. Il genitore fa un lavoro simile con il proprio bambino , fa in moda che lui si possa esprime attraverso un ambiente studiato, sicuro. Lo aiuta nelle difficoltà e nei suoi successi, gli mostra la via e gli permette di andare oltre e vedere cosa succede, ma allo stesso tempo è molto deciso e fermo nelle sue decisioni.

Se cercassimo di utilizzare solo i no tassativi, avremo più possibilità nel fargli capire le cose che si possono o non possono fare e soprattutto spiegare loro il perché: “so che vorresti correre per la strada ma per la tua sicurezza dobbiamo rimanere sul marciapiede, ci sono le macchine.”

Questo non è semplice, è un lavoro di pazienza e di tante prove. Sappiamo che a volte vorremmo fare di più, ma non è questo motivo di frustrazione, basta saperlo, accoglierci (perché siamo anche noi essere umani) e cercare di fare sempre il possibile quando si può. L’atteggiamento di un genitore sicuro nelle sue scelte, onesto e umile non solo porta la mamma e il papà in evoluzione verso se stessi, ma attraverso questi piccoli accorgimenti, trasferiamo ai nostri bambini un’educazione più consapevole, senza fronzoli, lineare e creiamo davvero un rapporto reciproco di fiducia e rispetto.

“Mamma N0!”

Ma chi lo dice che i cambiamenti devono sempre essere negativi? Certo, non sono semplici i primi anni di vita di un bambino, ma neanche i 6, o i 10-12-20. Ogni periodo della vita è caratterizzato da tappe, e se si riesce a conoscerne il loro sviluppo, forse possiamo, in qualche modo, cercare di alleviare le fatiche del compito più difficile per un genitore: l’educazione dei propri figli. Nel documentarmi sull’infanzia, ho imparato che esistono delle crisi o tappe evolutive che racchiudono alcuni momenti particolari della vita del bambino, come il momento della nascita, il momento dello svezzamento e quello del movimento. E poi vi è quello dell’espressione del se, che Fiore sta iniziando a viverlo a pieno regime: “no, no, no, no” mi dice, a chiara voce e con una gran decisione.

In gergo tecnico si potrebbe chiamare autoaffermazione , ma noi genitori la riconosciamo per il periodo del “NO”. Quel no, che a tratti pare capriccioso, testardo o poco ubbidiente, ma in realtà rispecchia una grande trasformazione dei nostri figli!

Questo passaggio inizia quando il bambino pronuncia il suo primo ”NO” e finisce all’incirca quando in modo consapevole il bambino dice “IO”. In questo periodo il bebè si trasforma in “bambino”, sta cercando di affermarsi nel mondo per prendere da solo alcune decisioni (come vestirsi o scegliere un cibo rispetto ad un altro). Quando prima si girava ancora a guardarti, ora, tuo figlio sta cercando di imparare da solo, sta cercando di “fare da se”. Ha potuto sperimentare il suo corpo, ha imparato a camminare e il voler provare a farcela con le sue mani. E’ un momento di vera transizione che evolve il bambino,  un passaggio graduale che va rispettato nella maniera più onesta possibile. Conoscere la vera origine di quel NO, rende un genitore consapevole del fatto che quel bambino non vuole disubbidire, ma semplicemente sta facendo valere il suo desiderio di esprimere se stesso anche se in quel momento sta cercando di rifiutare la tua regola. 

Ti racconto della prima vera e propria crisi di Fiore arrivata al raggiungimento del suo 17 mese. Eravamo in taverna e Fiore mi stava chiedendo (nel suo linguaggio) di voler uscire. Faceva freddo, e  piovigginava anche un po.’ Le ho fatto presente che poteva uscire, ma dovevamo vestirci “da pioggia” e mettere come sempre l’impermeabile. In un attimo è letteralmente “impazzita” (nel vero senso della parola). Ha iniziato a piangere a prendermi la mano e poi subito dopo a spingermi via. Non smetteva di urlare e di disperarsi. Mi sono accorta che stava avendo una crisi emotiva. C’è stato un motivo, un attimo prima, un breve momento, che le ha reso le cose difficili da gestire, per cui il suo cervello ha iniziato a lampeggiare e andare in allarme, e quindi scatenare la reazione emotiva.

In questo momento ho ringraziato di aver letto e fatto mie le nozioni sul cervello dei bambini che Daniel J. Siegel spiega nel suo libro: 12 strategie per lo sviluppo mentale del bambino. Questo libro è un vero e proprio vademecum suoi veri comportamenti del bambino. Raccoglie strategie e modi positivi per accompagnare tuo figlio nel conoscere le proprie emozioni, interiorizzarle e farle sue. Ecco che quel giorno ci ho provato: Non ho pensato a quanto sarebbe stato difficile o al fatto che dovevo far valere la mia autorità e vincere la battaglia, ma ho provato a mettermi nei suoi panni e affrontare il problema dal suo punto di vista. Poi, una volta calmata la crisi, è arrivato papà, le ha raccontato nuovamente che fuori pioveva, ed era importante vestirsi in quel modo. Smise di piangere. La crisi aveva fatto il suo corso.

C’è una regola di base che cerco di non dimenticar mai: le crisi non si bloccano, si accolgono. Immagina se una persona ti dicesse di smettere subito di arrabbiarti mentre sei nel bel mezzo della tua massima espressione di collera, cosa gli diresti? Per i bambini è lo stesso, non servirà a noi e neanche a loro opporci con autorità, alzando la voce o sminuendo i loro comportamenti. Questo è il normale stato di un bambino. Dobbiamo solo accettarlo e fare nostri, i preziosi consigli delle neuroscienze. Poi c’è ancora tutto il discorso della nostra pazienza, di come i nostri figli ci insegnano a coltivarla, e di quanto a volte, è difficile non scoppiare e dire cose che non vorremmo dire. Ma questa è tutta un’ altra storia 😉

È il valore che diamo al sentimento del bambino che farà la differenza. Non oggi, non domani, ma quando i nostri figli saranno adulti e capaci di regolarsi, di vivere e affrontare le proprie emozioni, di essere felici, di sviluppare autonomia e successo nel corso della sua vita.

E’ importante per noi diventare guide determinate e sicure, anche quando la strada si fa difficile e le sue emozioni più forti, come la rabbia o la frustrazione. Se riusciamo a far nostro il pensiero di metterci nei “panni dell’altro”, anche quando ci relazioniamo con i figli, riusciremo a vedere totalmente da un’altra prospettiva l’educazione, la nostra figura e la relazione che abbiamo con loro.

Qualcuno la chiama auto educazione. Per me significa: camminare insieme.

Spero che questo articolo possa esserti stato utile. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi di questo argomento e come gestisci i momenti di crisi. Se ti va, fammelo sapere nei commenti.  

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A presto e buona giornata/serata!

Jessica

Libri sul cervello del bambino

Il cervello dei bambini spiegato ai genitori

Intelligenza emotiva

Yes Brain

12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino

Come preparare un’attività

Il bambino attraverso la manipolazione e la sperimentazione, osserva l’ambiente e impara da se a conoscere la cultura del mondo. Attraverso le attività, il bambino potrà diventare capace di adattarsi, comprendendo il mondo che lo circonda e studiare la vita. Attraverso questo metodo si potranno analizzare materie come la geografia, la storia e la botanica. Attraverso i sensi il bambino sviluppa la memoria sensoriale che andrà a strutturare l’intelligenza.

Mi piace pensare al genitore come una figura attenta, una guida costante e osservatrice. I bambini vivono in un mondo molto diverso da quello dei grandi. Hanno un potenziale immenso e noi mamme, papà ed educatori abbiamo la possibilità di guidarli a raggiungere il meglio delle loro capacità! Potrà essere utile, iniziare a domandarci, che tipo di attività interessano al bambino, e se quelle conoscenze potrebbero catturare l’attenzione del momento. Magari sono materie o giochi, ancora troppo difficili da apprendere per lui. Imparare ad osservare, può quindi aiutare ad offrire attività che lo interessano particolarmente. Può anche essere utile provare prima noi quel tipo di materiale o gioco, così avremo la possibilità di percepire se esistono difficoltà o capirne l’esatto utilizzo.

Come si presenta un’attività?

Le attività, si presentano su un vassoio o un cestino, appoggiate su degli scaffali o delle mensole all’altezza del bambino. Troppe attività potrebbero mettere in confusione il bambino, usare la rotazione dei materiali(giochi), lasciando solo 5/6 attività per volta per qualche settimana. Questo può aiutare il bambino a sentirsi sorpreso nel vedere cose nuove e quindi focalizzarsi con più attenzione su attività che prima non avrebbe guardato.

Lo scaffale di Fiore

Le attività servono a rendere un’abilità sempre più complessa così da dare come risultato l’assimilazione di informazioni e una visione più completa del mondo.

Ricorda di rendere sempre attraente un’attività usando vassoi o cestini. Disponila bene sullo scaffale in modo che il bambino possa prenderla con facilità e possa fare tutto da solo e non lasciarla mai completata perché non susciterà il suo interesse. 

Nella mia esperienza personale ho comprato davvero poche cose per mia figlia Fiore. Ti stupirà questo, ma a volte le attività più profonde sono dentro a materiali che abbiamo già in casa, come un portafoglio colmo di tessere, oppure delle monete che si infilano in un vecchio salvadanaio. E’ così che si creano le attività più importanti per i nostri figli. Se vuoi ho scritto un articolo che parla proprio di questo, lo trovi qui.

Quando avete proposto un’attività, lasciatela sullo scaffale, sarà lui stesso a scegliere quando usarla o no, e se vedete che migliora potete sempre renderla un po’ più difficile. 

Ah dimenticavo 😉 Mi raccomando, occhio alle aspettative. A volte noi genitori mettiamo così tanto impegno per preparare attività divertenti per i nostri figli, scoprendo subito dopo che nessuno di loro, aveva interesse nel farle . Respiriamo e piuttosto usciamo fare una bella passeggiata.

La lezione dei tre tempi

Questo metodo è utilissimo per introdurre nuove parole e associazioni anche utilizzando oggetti di uso quotidiano. Ricorda di non proporre le tre fasi tutte insieme ma di lasciargli il tempo di assimilare l’informazione. In più potrai usare questo metodo un po’ da base, per tutto ciò che vorrai insegnare al bambino. Le carte delle nomenclature Ledda Family sono perfette per creare questo tipo di attività! Dacci un’occhiata!

PRIMA FASE – PRESENTIAMO GLI OGGETTI

Prendete 3 oggetti e collocateli sul tappetto. Iniziate a maneggiarli e osservarli e diciamo forte il loro nome. Subito dopo offriamo l’oggetto al bambino e ripetiamo con gli altri due oggetti.

SECONDA FASE – ASSOCIARE L’OGGETTO AL VOCABOLARIO

Pronunciamo il nome dell’oggetto senza indicarlo. Chiediamo poi a lui di penderlo: “ MI mostri il ….?” Fate lo stesso con i restanti oggetti più volte. Il bambino potrà commettere errori, in quel caso non diciamogli che sta sbagliando, ma piuttosto possiamo dirgli il nome di ciò che sta indicando e poi riportare l’attenzione sull’oggetto richiesto nominando di nuovo il nome. Continuiamo con la seconda fase finchè il bambino non associa tutti i nomi.

TERZO TEMPO –  APPRENDERE L’INFORMAZIONE

Se il bambino ha acquisito tutte le informazioni precedenti, Indicate l’oggetto e chiedete al bambino: “ che cos’è questo?” e così via con gli altri oggetti.  Se il bambino sbaglia, tornate alla fase due. 

Se ha meno di tre anni evitate ancora questa fase perché non essendo ancora padrone del linguaggio potrebbe perdere sicurezza. Usiamo questa fase quando abbiamo la certezza che il bambino sappia il nome di quell’oggetto.

A me personalmente, conoscere queste piccole accortezze, ha aiutato nell’osservare Fiore e cercare di inseguire i suoi interessi, proponendole attività che sviluppassero in qualche modo il suo bisogno del momento. Non solo aiuta a sviluppare l’autostima nei nostri figli, ma crea anche un rapporto intimo e di fiducia tra genitore e figlio, attraverso la quotidianità della vita.

Spero che questo articolo possa esserti stato utile. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi di questo argomento e se hai dubbi o condivisioni sul tema. Se ti va, fammelo sapere nei commenti e se lo trovi interessante, condividilo! ❤

Ah dimenticavo… Qui di seguito, ti lascio il link dei miei libri preferiti e alcuni miei articoli, dacci un’occhiata magari trovi qualcosa di interessante! Per nuove informazioni ed aggiornamenti mi trovi quotidianamente sui social Instagram e Facebook come Ledda Family Blog! Grazie a questi canali condivido la vita quotidiana, mia e di Fiore, alcune riflessioni sulla genitorialità consapevole e se non l’hai mai visto, ti invito ad ascoltare il mio podcast genitori in evoluzione!

Le carte delle nomenclature come strumento di conoscenza

Da quando il metodo di Maria Montessori, è diventato la nostra filosofia di vita, ho approfondito con piacere i materiali educativi, che la Dottoressa creò per le sue scuole dei bambini. Questi materiali, hanno la caratteristica di presentarsi sotto forma di gioco, andando incontro al desiderio innato che il bambino ha verso la conoscenza . Le nomenclature Montessori, hanno proprio questa caratteristica:

Aiutano a sostenere questo desiderio del bambino, nel dare un nome agli oggetti.

Intorno ai 18 mesi, il bambino inizia a comprendere che ogni oggetto ha un nome, e ha lo stimolo di volerne  conoscerne sempre di più. Questo processo inizia quando il bambino non sa ancora pronunciare i nomi degli oggetti che impara, sarà però, comunque in grado, di fare un importante riconoscimento visivo delle lettere e di riuscire, con il tempo, ad individuare il nome uguale corrispondente all’immagine. 

Fiore con nonna Loredana, mentre imparano le parti del Fiore

Cosa sono le nomenclature?

Sono delle vere e proprie carte suddivise in due parti: l’immagine dell’oggetto e il suo nome. Esiste anche una terza parte dedicata a una piccola descrizione dell’oggetto.

In genere si inizia con gli oggetti più conosciuti dal bambino, con cui ha stretto contatto nella sua quotidianità, per poi spaziare con altri oggetti e altre categorie. Le nomenclature permettono al bambino di conoscere un argomento preciso selezionando gli oggetti di quell’argomento e offrendogli il vocabolario di questi, stimolando così connessioni mentali.

Le nomenclature vengono usate anche per insegnare un concetto, come il ciclo della vita, le parti del fiore, il ciclo del seme. Il bambino in questo modo, potrà assorbire informazioni preziose che lo aiuteranno nel futuro, a ricevere approfondimenti di quell’argomento.

Le caratteristiche delle nomenclature

Immagini reali o verosimili: ciò che viene descritto nelle carte, deve essere facilmente riconoscibile dal bambino, pertanto le nomenclature dovrebbero essere il più reali possibili.

Sfondo neutro: il bambino non deve ricevere altri stimoli mentre osserva l’oggetto, perciò lo sfondo neutro fa si che il bambino si concentri sull’elemento al 100%.

Proporzioni: Il bambino che osserva le nomenclature, dovrebbe avere idea anche delle proporzioni di quell’oggetto, pertanto le immagini dovrebbero riuscire a dare le varie misure di grandezza. Esempio: l’immagine di una gatto, sarà più piccola di quella di una mucca.

L’uso del corsivo minuscolo: Le carte delle nomenclature sono accompagnate anche dal nome dell’oggetto, che spesso viene indicato con il corsivo minuscolo per allenare l’occhio del bambino alla scrittura.

Categorie: Le carte sono suddivise per categorie per aiutare il bambino nella creazione di concetti.

Tipi di nomenclature

Oggetti veri o oggetti replica: Dai 12 mesi è la maniera più semplice per esporre il bambino a  nuove parole, utilizzando oggetti di vita quotidiana, come mestoli e utensili da cucina o frutta /verdura, oppure oggetti replica come animali della savana o della fattoria collocati nelle carte delle nomenclature. Dai 14 mesi, si può introdurre le carte su cui vi è rappresentato l’oggetto per allenare la bidimensionalità. Una volta appresa l’abilità, possiamo proporre l’oggetto abbinato alla carta raffigurata, così il bambino potrà divertirsi ad abbinare oggetto e carta.

Carte simili tra loro: Dai 14 mesi possiamo presentare più carte identiche di quell’oggetto. Quando vedremo che ha acquisito questa abilità, potremo offrirgli lo stesso oggetto ma identificando sulle carte, alcune differenze. Per esempio, carte raffigurate razze diverse di gatti.

Nomenclature classificate: . Possiamo proporre più carte raffigurate con immagini di oggetti a tema (uccelli, alberi, organi, vestiti) Questo servirà al bambino per imparare nomi nuovi e accrescere la sua cultura. Queste sono composte da tre elementi: 

– L’immagine muta (senza il nome)

etichetta con il nome (senza articolo)

L’immagine con il nome

Come utilizzare le carte delle nomenclature?

All’inizio. Come abbiamo visto, le nomenclature serviranno principalmente per aiutare e memorizzare vocaboli nuovi con gli oggetti correlati. Ripetendo insieme al bimbo, giocando, lasciandogli il tempo di familiarizzare con loro. ( Ho scritto un articolo su come preparare un’attività, se vuoi leggerlo clicca qui) Per i bambini più grandi però, possono essere usate per insegnare al bambino a leggere e scrivere.

Per questo scopo, vi servirà avere una carta munita di immagine e nome e una carta identica ma muta. Questo darà al bambino la possibilità di poter associare la carta tramite la scrittura, individuando l’etichetta corrispondente all’immagine completa. Acquisita questa abilità, potrà utilizzare lo stesso esercizio ma cercando di trascrivere di suo pugno la parola sotto la carta.

Ho creato carte di nomenclature classificate, con immagine completa di scritta e carte mute. Sono tutte personalizzate e caratterizzate dall’immagine reale. Le trovi qui!

Le nomenclature come materiale di studio

Per queste nomenclature viene presentata la parte dell’animale  o della pianta interessata in bianco e nero mentre il resto viene colorato. (esempio: Il pistillo nel fiore). Lo scopo è fornire una visione più ambia per applicare la conoscenza su altre piante e animali. Dai 3 ai 6 anni è un’attività molto semplice e bella per il bambino. Per ogni argomento potete preparare:

– immagini mute

– cartellino del nome

– immagini con il nome

– schede contenenti frasi semplici che descrivono le immagini

–  Dai 6/7 anni una legenda a parte con immagine a sinistra e definizione a destra con il nome dell’immagine.

 Per iniziare prendete la carta del fiore e chiedete al bambino cosa vede, discutete su cosa hanno in comune i fiori, prendete la parte desiderata e riconosciuta e discutete sull’utilità di quella parte del fiore e continuate così con le altre parti. In un secondo momento assocerà anche i cartellini con i nomi e solo dai 6 anni circa si userannno le legende. Potete aiutare a integrare le cose imparate, disegnando o costruendo un suo album copiando dalle immagini.

Ecco qui quelle create da noi! ape e fiore

Le attività delle nomenclature, come avrai capito, sono un materiale educativo che sostiene lo sviluppo cognitivo del bambino e lo aiuta a crearsi un’immagine concreta del mondo che lo circonda. Prendi i miei riferimenti di età come esempio, ma ricordati di osservare il bambino e capire qual è il suo vero interesse!

Spero che questo articolo possa esserti stato utile. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi di questo argomento e se hai dubbi o condivisioni sul tema. Se ti va, fammelo sapere nei commenti e se lo trovi interessante, condividilo! ❤

Ah dimenticavo… Qui di seguito, ti lascio il link dei miei libri preferiti e alcuni miei articoli, dacci un’occhiata magari trovi qualcosa di interessante! Per nuove informazioni ed aggiornamenti mi trovi quotidianamente sui social Instagram e Facebook come Ledda Family Blog! Grazie a questi canali condivido la vita quotidiana, mia e di Fiore, alcune riflessioni sulla genitorialità consapevole e se non l’hai mai visto, ti invito ad ascoltare il mio podcast genitori in evoluzione!

L’ autosvezzamento, perché?

Vi racconto la mia esperienza di come ho affrontato il Baby-Led Weaning, lo svezzamento guidato dal bambino o autosvezzamento o metodo di alimentazione complementare. Cosa significa metodo di alimentazione complementare? Non è altro che la transizione che il bambino compie con il latte e con il resto degli alimenti. Esistono due modi per svezzare un bambino,  il più conosciuto chiamato svezzamento tradizionale che ha come caratteristica l’omogenizzato e l’offrire le classiche pappe totalmente frullate, oppure il metodo che ho scelto io, il BLW cioè lo svezzamento complementare comparato al latte che può essere materno o artificiale.

Questo metodo offre al bambino la possibilità di assaggiare e mangiare cibi solidi, fin dal principio, nella loro forma naturale senza triturarli o frullarli. Questo tipo di approccio aiuta il bambino ad abituarsi fin da subito a mangiare in modo “normale”, facendo esperienza con la consistenza del cibo il suo aspetto, il suo colore e la sua forma. Ti sembrerà incredibile forse pensare, che un neonato di sei mesi possa in qualche modo mangiare una carota così com’è, o assaggiare un broccolo nella sua forma naturale, ma posso rassicurarti sul fatto che questo è davvero possibile, l’unica prerogativa è acquisire alcune regole base su come offrirlo al bambino.

Fiore alle prese con l’assaggio dell’avocado

Io ho usato fin da subito il baby Led weaning con Fiore, e devo dirvi che questa esperienza mi ha piacevolmente sorpreso, perché mi ha dato la possibilità di riscoprire e imparare io stessa certe buone regole alimentari che prima non utilizzavo, perché per prima cosa, quando scegli questo tipo di approccio, è di rivalutare la tua alimentazione, proprio perché al bambino non servirà avere un menù a parte, ma mangerà ciò che c’è in tavola servito per tutta la famiglia e dovrà essere cibo bilanciato, vario e sano.

Come abbiamo iniziato? 

Ho scelto di fare un corso di autosvezzamento e ho seguito consulenze anche private in più fasi dello svezzamento di Fiore e partecipato a tre corsi di disostruzione pediatrica, non perché il BLW sia più pericoloso dello svezzamento “tradizionale”, ma per acquisire nuove competenze e avere una maggiore sicurezza nell’affrontare questo percorso. In realtà a parer mio potrebbe essere utile per qualsiasi genitore che ha figli in età pediatrica perché sovente, in momenti di pericolo, spinti dall’agitazione ci sentiamo spesso inermi e quasi sempre non sappiamo come comportarci.

Quando abbiamo iniziato?

Ci sono alcuni “segnali” importanti nel bambino da riconoscere per poter dare il via allo svezzamento. Questi sono 4:

  • Il bambino deve aver compiuto circa sei mesi di vita.
  • Il bambino deve aver acquisito la posizione seduta, o almeno deve essere in grado di riuscire a mantenerla per un certo momento.
  • Deve mostrare interesse verso il cibo. Quando il bambino cerca di assaggiare cià che abbiamo noi nel piatto, o si spinge per afferrarlo mentre state mangiando, allora quello può essere uno dei segnali che indica l’interesse oltre il latte.
  • La perdita del riflesso di estrusione. È un riflesso della lingua che aiuta a spingere il cibo fuori proteggendo il bambino dal soffocamento e con la crescita va a scomparire.

È indicato aspettare che tutti i punti siano completati prima di iniziare lo svezzamento, proprio perché quei punti indicano che il bambino è pronto ad assumere alimenti diversi dal latte.

Quali accortezze utilizzare?    

  • La Forma

L’alimento deve avere una forma facile da maneggiare per le manine del bambino e deve essere tagliato in modo sicuro. Quando parlo di modo sicuro, intendo una modalità di tagliare adeguata che spesso ricorda la forma del nostro dito indice. Ti lascio qui una tabella da poter visionare, ma sappi che su internet potrai trovare molte informazioni riguardo ai tagli sicuri.      

  • La texture

La consistenza del cibo non deve essere ne troppo duro ne troppo croccante e neanche friabile o troppo liquido. Il bambino deve riuscire in qualche modo a maneggiarlo in autonomia, senza che questo diventi oggetto di soffocamento.

  • I NO assoluti

Ci sono alimenti che il bambino non può mangiare che sono assolutamente da evitare per il suo benessere fisico, non sono molti ma è importante tenerli bene a mente, e sono i seguenti:

Sale,Zucchero semplice, come quello da cucina, il miele, l’alcol(sia bevuto che sfumato negli alimenti), merendine, bibite gassate e zuccherate (come il classico succo da supermercato), in genere tutti gli alimenti industriali, e il fritto e soffritto(anche quello casalingo).

Personalmente, ho imparato con il tempo a leggere bene le etichette del cibo che acquisto evitando così i conservanti e i coloranti. Inoltre ho sostituito spesso il classico soffritto con il “finto soffritto” che non è altro che acqua sostituita all’olio. 

Quali sono i vantaggi del BLW?

Scegliere questo approccio vuol dire avere anche meno pensieri su cosa fare, cosa cucinare, come cucinarlo e quando. È una dieta molto semplice che va bene per tutta la famiglia. Questo metodo ci ha inoltre lasciato vivere il momento del cibo con molta naturalezza, senza stress. Non mi sono mai preoccupata di quanto cibo stesse mangiando Fiore, perché sapevo benissimo quando aveva bisogno del mio latte o era sazia da non voler più assaggiare nulla. I bambini hanno la capacità di sentirsi affamati o sazi, basta solo ascoltarli e seguire ciò che ci dicono. Ancora oggi non mi preoccupo e Fiore ha acquisito tutte le competenze necessarie per mangiare quando ha fame. 

Un altro vantaggio del BLW è che è super pratico per mangiare fuori. Basta indicare i no a chi ci deve preparare il pasto, ma in genere, basta scegliere piatti sani e con poco condimento.

Ma il valore aggiunto che si differenzia nettamente dallo svezzamento tradizionale, è il rapporto che il bambino crea con il cibo. Il bambino con questo modo naturale, impara ad essere attivo verso il cibo e non passivo. Nessuno gli spinge il cucchiaino in bocca ma è lui a scegliere cosa, quando e come mangiarlo con l’aiuto del genitore. Il BLW Insegna al bambino ad apprezzare una varietà ampia di cibi,  ad apprezzare il momento del pasto, perché diventa qualcosa di divertente e di creativo da vivere con mamma e papà. È bellissimo vedere anche come il bambino acquisisce nuovi movimenti della manina, settimana dopo settimana e come impara ad afferrare in maniera sempre più precisa gli alimenti proposti. È un vero e proprio atto di crescita individuale.

Ci sono svantaggi?

Io non ne ho trovati. Forse l’unico inconveniente è lo sporco. Si perché se si fa autosvezzamento si dovrà mettere in conto di sporcarsi, sporcare in terra e sporcarsi tanto. Il bambino soprattutto all’inizio butterà il cibo in terra per imparare a conoscerlo, se lo spalmerà ovunque e dappertutto, perciò sta a noi trovare alternative utili per noi per vivere al massimo della tranquillità questo momento. Io per esempio mettevo sotto la sedia di Fiore un sacco della spazzatura per raccogliere il cibo caduto, inoltre ti consiglio anche un seggiolone basico senza tessuti o intrecci strani, ma al contrario qualcosa di molto facile da pulire. Esistono anche bavaglioli “speciali” che avvolgono tutto il bambino e anche il seggiolone ( questi qui possono esserti utili se vuoi).

In conclusione posso dirti, che se tornassi indietro, sceglierei sempre questa strada. Perchè questo percorso ha fatto crescere me come mamma e ha dato competenze a Fiore che ora, all’arrivo dei suoi 17 mesi non mi sarei mai aspettata. Inoltre ho eliminato lo stress dell’aspettativa del cibo e ho vissuto io stessa più serenamente tutto questo.

taglia sicuri
tagli sicuri

Ecco qui 9 consigli per vivere al meglio l’autosvezzamento

1 Non avere aspettative sul cibo che mangerà – non guardare le quantità – il bambino si autoregola sceglierà lui.

2 È un’occasione per migliorare l’alimentazione di tutta la famiglia. 

3 Scegli gli accessori: seggiolone facile da pulire e bavaglio copri tutto. 

4 Godetevi il momento del pasto mangiando insieme. Il bambino si sentirà parte della famiglia e gratificato e soddisfatto nel mangiare come voi. 

5 Ti consiglio un corso di disostruzione pediatrica o una consulenza con un professionista del settore.

6 Guarda video di bambini che mangiano con il metodo natuarale. Vi aiuterà ad affrontare con più tranquillità questo percorso.

7 allattare prima del pasto al seno o biberon, almeno fino a un anno, può aiutare il bambino a non arrivare al tavolo troppo affamato e quindi non si sentirà troppo frustrato nell’afferrare il cibo dal tavolo.

8 Scegliete una routine della nanna in cui si farà il bagno dopo cena, così anche per voi non sarà frustrante vedere tutine sporche.

9 Divertitevi, crescete insieme ai vostri figli e godete dei progressi raggiunti insieme. 

Fiore e papà durante un Pic- Nic estivo

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Perché le sgridate non funzionano

A volte, noi genitori, ci sentiamo smarriti, insicuri o in difficoltà nel crescere il proprio bambino, soprattutto quando rimaniamo basiti dai loro comportamenti. Altre volte invece, ci sentiamo sicuri di quello che stiamo facendo, ma senza conoscere il vero bisogno reale che, il cervello di nostro figlio ha bisogno in quel momento. Al giorno d’oggi, noi genitori, abbiamo una fortuna incredibile: abbiamo la possibilità di poter imparare a fare la cosa giusta, rispetto a qualche anno fa. Abbiamo a disposizione più informazioni, più libri, più corsi e conoscenze per favorire il pieno sviluppo del bambino. Purtroppo abbiamo altrettante opportunità di sbagliare. Questo non di certo perché siamo genitori poco attenti, è logico, che un padre e una madre, vogliono il meglio per i loro figli.

Un genitore è colui che accompagna la vita di un bambino, il suo sapere, la sua conoscenza. Diventare consapevoli di tutto questo, ti aiuta a realizzare il fatto che se sei un genitore, hai una responsabilità enorme, non solo fisica economica e affettuosa, ma hai nelle tue mani la possibilità di accompagnarlo verso il suo pieno potenziale. Quello che voglio dire, è che nel momento in cui ti rendi conto di avere questa importanza nella vita e nello sviluppo del cervello di tuo figlio, sei arrivato anche alla conclusione che sei il suo primo riferimento nel quale lui si ispira giornalmente. Il modo in cui parli, il modo in cui ti approcci con le persone, che tono della voce usi quando ti arrabbi. Come gestisci un momento di crisi. I nostri figli sono dotati di neuroni specchio che hanno la capacità di far apprendere all’uomo azioni attraverso la semplice osservazione. Attraverso il comportamento dell’adulto, il bambino è capace di comprendere, codificare e decodificare quelle informazioni e le rende sue. Pensate ai vostri figli nel momento in cui hanno iniziato a compiere il primo passo, o a mangiare o a scalare, in quel momento mettono in pratica ciò che hanno visto fare dal genitore, e da stimoli esterni. Questo vale anche per le emozioni. Quando un bambino vede comportarsi in modo rispettoso il proprio genitore per esempio, il suo cervello è in grado di immaginare se stesso che agisce in quel modo, come se si stesse riflettendo in uno specchio. Vale lo stesso, se quel bambino, vede il padre o la madre affrontare in modo frustrante, con rabbia, perdendo la pazienza le situazioni della vita.

Per questo sgridare un bambino, per esempio non permettendogli di andare al parco, o dicendogli che è dispettoso o capriccioso, urlargli addosso, punirlo, togliendogli le cose che ama fare, comporta conseguenze negative alla sua personalità.


La punizione diventa un modo per comunicare con gli altri

Il bambino, capirà che punire, vuol dire prendersela con qualcuno senza motivo apparente. Che quando ci si sente arrabbiati, basta scaricare la propria frustrazione su gli altri, riuscendo comunque, ad ottenere ciò che si vuole, senza apprendere il vero motivo del suo comportamento negativo. Per esempio“ Non vai al parco, perché l’ho deciso io” Quale beneficio porta al bambino? Nessuno.


Nasce il senso di colpa

Il castigo, in genere, finisce sempre quando il bambino smette di piangere, o quando è ormai passato il tempo necessario per farlo stare male. Il bambino in questo modo impara che basta sentirsi tristi per qualcosa per far si che i genitori perdonino il suo comportamento. Questo automatismo da origine al senso di colpa, che spesso ci accompagna per tutta la nostra vita da adulti.

La sgridata promuove la bassa autostima

Quando sgridiamo un bambino, gli stiamo dicendo che è insolente. Nel suo cervello si creerà un’immagine di se stesso, che, condizionerà le decisioni nella sua vita futura. Se il bambino crederà di essere disobbediente, capriccioso, cattivo, trasferirà  tutti questi comportamenti in base a quello che sa di se stesso e non avrà altra scelta di pensare che lui non nient’altro che quello, causando danni alla sua autostima.Ecco perché le etichette possono diventare pericolose per lo sviluppo del bambino. Non lo aiutano a creare di se l’immagine di un bambino capace è pieno di possibilità.

QUALI SONO LE ALTERNATIVE?

Esistono delle alternative alle classiche sgridate , che aiutano il genitore a migliorare i comportamenti negativi dei figli, senza intaccare la sua personalità, ma al contrario, educando con rispetto e come leader sicuro. Creare alternative ai capricci o le sgridate ti aiuterà a trovare strategie efficaci per aiutare tuo figlio a crescere, andandogli incontro a metà strada e creando un legame sicuro e rispettoso da entrambe le parti.


Aiutiamolo ad ottenere quello che vuole

L’obiettivo di un castigo, in genere è quello che il bambino impari a raggiungere quello scopo. Il bambino quando è arrabbiato non è in grado di autoregolarsi, perciò dobbiamo diventare noi la sua guida alle emozioni. Se sappiamo che nostro figlio ha la tendenza ad andare in crisi quando dovete lasciare il parco giochi, devi giocare d’anticipo. Stabilisci regole chiare in precedenza o comunicagli che quando gli dirai una certa frase lui saprà che tra 5 minuti si deve lasciare il parco. Oppure se tuo figlio ha la tendenza a spingere gli altri bambini, ti sta comunicando che ha bisogno di sviluppare quell’azione. Perciò gioca d’anticipo anche in questo caso: offrigli da spingere un carrello o una parete. 


Stabiliamo conseguenze naturali

Le conseguenze naturali della vita lo aiutano a capire che quel comportamento è sbagliato.
Queste hanno la capacità di far capire al bambino quali comportamenti gli porteranno migliori risultati. Perciò il nostro compito è quello di mostrare ai nostri figli l’esito delle sue azioni semplicemente descrivendolo. Se nostro figlio rompe il suo gioco preferito, no lo puniremo per la sua “cattiva” condotta, ma piuttosto gli si spiegherà  che non potrà più giocare con il suo gioco preferito perché l’ha rotto e non potrà averne un altro. (Ho scritto un articolo che spiega in modo più dettagliato le conseguenze naturali, se vuoi lo trovi qui).


Cambia la tua prospettiva


Quando siamo arrabbiati, abbiamo la tendenza di vedere solo gli atteggiamenti negativi e di sottolinearli, concentrando molta attenzione su di loro, credendo che, evidenziandoli possa fare in modo che quell’atteggiamento non si ripeta. Spesso però, questo atteggiamento, funziona esattamente al contrario. La miglior strategia per motivare un comportamento, è far risaltare il positivo e non il negativo.Se sgridiamo nostro figlio piccolo perché butta il cibo in terra, molto probabilmente assisteremo al fatto che inizierà a divertirsi e amplificherà questo comportamento, perché sta capendo, che in quel modo, riceve la nostra attenzione. Gioca d’anticipo anche qui: focalizza l’attenzione sul comportamento positivo, e il rispetto di quella regola. “Guarda come sei riuscito a tenere tutto il cibo sul tavolo”.  
Correggi i comportamenti sbagliatiInvece di sgridarlo o arrabbiarci quando nostro figlio si comporta in modo inappropriato, aiutiamolo a porre rimedio  alle sue azioni sbagliate. Se mia figlia rompe un bicchiere, le dirò che purtroppo non potremo più usare quel bicchiere e che ora può aiutarmi a raccogliere i pezzi e buttarli nella spazzatura. O quando spinge un bambino, le dirò in maniera calma ma decisa che quello non può farlo, perché sta provocando dolore a un bambino, perciò potrà invece aiutarlo ad alzarsi e scusarsi abbracciandolo. In questo modo aiuteremo i nostri figli ad avere cura e rimediare, non dando importanza alla sgridata ma all’effetto che hanno le nostre azioni.

Rinforziamo con frasi positive

A volte, sembra quasi scontato, ma quanto è bello quando qualcuno ti fa un complimento e basta? Per esempio: sei stato eccellente nel tuo progetto di lavoro, oppure Hai compiuto un ottimo lavoro ieri. Il nostro cervello in quei momenti, produce una sostanza, chiamata dopamina che permette al cervello di associare quel comportamento alla sensazione di soddisfazione e o appagamento. Questo processo così semplice è la base dell’apprendimento. Grazie a quella gratificazione nostro figlio associa l’azione a un qualcosa che gli fa bene che in definitiva lo porta ad imparare, a stabilire connessioni necessarie che gli permettono di diventare autonomo e di raggiungere i suoi obbiettivi e d essere felice. Se invece di rinforzare sgridando un comportamento negativo ci concentrassimo su quelli positivi, probabilmente in linea di massima nostro figlio svilupperà e sarà motivato a sentirsi soddisfatto.

Spero che questo articolo possa esserti stato utile. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi di questo argomento e come gestisci i i momenti di crisi. Se ti va, fammelo sapere nei commenti.  

Ah dimenticavo… Qui di seguito, ti lascio il link dei miei libri preferiti e alcuni miei articoli, dacci un’occhiata magari trovi qualcosa di interessante! Per nuove informazioni ed aggiornamenti mi trovi quotidianamente sui social Instagram e Facebook come Ledda Family Blog! Grazie a questi canali condivido la vita quotidiana, mia e di Fiore, alcune riflessioni sulla genitorialità consapevole e se non l’hai mai visto, ti invito ad ascoltare il mio podcast genitori in evoluzione!


A presto e buona giornata/serata!

Jessica

Il corpo di una mamma

Per tutta la vita siamo destinati a percepire giudizi. Fin dalla nascita, quando ancora non sappiamo cosa vuol dire stare al mondo, veniamo giudicati. Quando parlo di giudizio, mi riferisco a tutte quelle valutazioni, richieste, o non richieste, da parte delle persone che incontriamo. 

Pensa a quanto un giudizio può modificare la personalità, il nostro modo di atteggiarci, i gesti che facciamo, le parole, le frasi attentamente studiate e pesate.

Ma so anche, che a volte noi stessi siamo i nostri peggiori giudici. Non ci risparmiamo di insulti, schiettezza e rabbia verso di noi, verso ciò che siamo.

Questo atteggiamento fa parte dell’essere umano. Cerchiamo sempre di specchiarci negli occhi degli altri, senza dare importanza all’unico ascolto che veramente conta: il nostro. Parlo di parole, frasi, pensieri con cui scegliamo di accudire la nostra mente, ogni giorno, ogni momento della giornata; perché non so se capita anche a te, ma io mi riempio di frasi negative, tendo a giudicarmi di continuo e quasi mai la mia persona mi rende soddisfatta. Fin da piccola mi sentivo in qualche modo, sempre in difetto con il mio copro. Non so dare un perché a questo mio sentire, ma so perfettamente che questo malumore, vive ancora in me oggi in quelle frasi in quegli sguardi accusatori che mi regalo davanti allo specchio. Ci combatto ogni giorno, lavorando duramente.

Di certo accettare il mio corpo dopo essere diventata mamma, è stato un percorso complesso, dove ho dovuto scavare e scendere nella mia più profonda bassa autostima.

Può succedere, nella vita di avere momenti “no” incentrati sul proprio fisico, e la  mia gravidanza è stata uno di quei momenti “no”, una fatica grande, che però, mi ha regalato una sensazione nuova: il sapersi accettare. Accettare ciò che sono, con le mie forme più arrotondate, il viso meno scavato, le braccia grosse, il seno diverso e le cosce più grandi, mi ha in qualche modo, aiutato a crescere . Dopo il parto, ho avuto delle vere e proprie “fisse”, ero arrivata al punto di guardarmi ogni momento allo specchio andando a cercare il miglioramento, mi allenavo tantissimo e stavo attenta a ciò che mangiavo, questo mi piaceva, ma allo stesso tempo mi logorava, perché lo stavo facendo per il giudizio che avevo di me stessa, non per far star bene il mio corpo. Guardavo fisici più in forma del mio e mi arrabbiavo per non riuscire a raggiungere quegli standard. Avevo completamente perso la via, scegliendo di apparire e non di essere. 

I nostri stessi giudizi, a volte, ci portano fuori strada, facendoci perdere la via. La mia mente non riusciva a dare un giusto equilibrio tra il non giudizio e il mio benessere fisico. Così, lo stress prolungato da lavoro, una pandemia globale che condiva le mie giornate, la vita che cambiava ogni giorno piani, mi ha portato a vivere nuovamente un blocco verso il mio corpo: ho scelto di non curarlo, e questa volta ho sentito forte e chiara la frustrazione, il senso di colpa, la tristezza e l’inadeguatezza. Ho sentito i dolori alle gambe, alla schiena. Ho sentito il male al cuore ogni volta che mi guardavo riflessa. Mi sono sentita inerme di fronte a quel corpo non accettato non voluto: giudicato. Questo periodo intimo e profondo, è durato mesi. Questa volta con la consapevolezza però che ne ero al corrente, stavo vivendo un momento di forte crisi con me stessa e quello che potevo fare, l’unica via che avevo, era accettarlo.

Accettare di non aver voglia di vestirsi bene. Accettare di non curarsi il viso. Accettare di non truccarsi, accettare di non aver voglia di uscire, di scegliere di riposare piuttosto che uscire a afre una corsa. In questi momenti ho la chiara visione di quello che dovrei fare, ma non lo faccio, ma la mia stanchezza mentale ha sempre la meglio e non mi da scampo. 

Dove sta quindi quell’equilibrio che ho e che non riesco a gestire? Dove trovo la forza di reagire, di andare oltre, di rialzarmi? 

Il bello di questi momenti, è che ad un certo punto, tutte queste domande ricevono risposta, non so come, il mio corpo prende coraggio e mi da la forza di reagire. Ad un certo punto, il clic della mente, fa rumore, inonda il cervello di forza e coraggio e rinasco. Evolvo in qualcosa di diverso, di migliore per me stessa. A volte mi basta prendermi del tempo da sola, altre volte leggere un qualcosa che mi aiuta a capirmi, in linea di massima, a Jessica fa bene stare con gli altri, sentirsi parte di qualcosa. A volte questo basta per sbloccare tutto, per vedere oltre i miei limiti.

Perché mi rendo conto di essere davvero esigente con me stessa. Mi rendo conto che ci sono volte in cui mi voglio davvero male e vorrei solo sprofondare sotto le coperte senza farmi più vedere. E lotto ogni giorno con questo Rio che ho dentro che non mi perdona e mi trascina sul fondo.

Ma oggi dopo tanto tempo, mi sono vestita, ho messo le mie scarpe, sono uscita al sole e mi sono allenata. Ho riso da sola, ascoltato musica, fatto esercizio. Ho ritrovato la forza di amarmi. Mi sono accettata. Accettare il mio corpo vuol dire anche accettare ciò che prima non andava per me, viverlo e integrarlo. Accettare il mio corpo, significa apprezzare ciò che ho fatto: ho cresciuto la vita nella mia pancia, il mio corpo ha dato luce ad un cuore che ora batte e vive e cresce. Accettare il mio corpo da mamma mi ha aiutato a dosare le parole con le persone. Giudicare un corpo vuol dire giudicare una persona, senza dare importanza alla strada che quel qualcuno ha dovuto affrontare.

Il giudizio è qualcosa che abbiamo dentro di noi, perché fin da piccoli siamo stati giudicati, etichettati, senza volerlo certo, ma è stato fatto. Quei giudizi portano le conseguenze che viviamo oggi, tutti, nelle nostre vite. Quelle etichette ci rendono vittime, ma allo stesso tempo carnefici e accusatori di noi stessi e degli altri. La sfida è riuscire a dare il beneficio del dubbio, coltivare la fiducia in noi stessi e riporla nelle altre persone, o perché no, proprio nei nostri figli.

Ora mentre scrivo, guardo questa mia foto e potrei notare le braccia, i fianchi, la coscia grande. Potrei, ma ho scelto di vedere oltre, ho scelto di vedere una mamma, che dietro è anche una donna. Ma prima di tutto sono una persona, la più importante della mia vita. 

Un papà con le ovaie!

Nella mia famiglia, io e Leo facciamo tutto al 50%. Tutto quello che so fare io, lo sa fare anche lui. Tutto quello che ho imparato io, l’ha imparato anche lui, sempre.

Entrambi siamo in grado di cambiare un pannolino da soli, fare il bagno, vestire e preparare il cibo a nostra figlia. Non ho mai pensato di essere in qualche modo più capace, solo perché io sono la mamma. Nella nostra famiglia non ci sono compiti divisi, tutti abbiamo sempre contribuito con le nostre forze a dare una mano. Pensate che in casa nostra chi cucina, non sono io, ma è Leonardo. Io non sono capace a cucinare e nemmeno mi piace a dirla tutta. Leo addormenta Fiore molto meglio di come lo farei io. Ha più pazienza e per questa sua qualità vado molto fiera.

Certo, ogni famiglia ha i suoi equilibri, spesso, questo ci rende “diversi” dalle altre coppie. Perché a quanto pare, ancora oggi, molte famiglie non lavorano sull’aspetto dell’uguaglianza e della parità dei compiti, che un uomo e una donna, dovrebbero avere nella propria relazione. C’è questa falsa convinzione che un padre non sia in grado di fare cosa sa fare una mamma, che non sappia calmare un bambino quando piange disperato. Che non sappia cosa vuol dire pulire un sederino pieno di cacca. Che non sappia farlo giocare o metterlo a dormire la sera.

Nemmeno tu mamma, che stai leggendo, la prima volta sapevi cambiare alla perfezione un bambino, ma hai imparato, provando e riprovando. A volte questa convinzione parte proprio dalla mamma stessa, che non lascia che il papà impari a fare il papà.

Questo accade nelle piccole attenzioni quotidiane, quando non siamo sicure che loro possano farcela anche da soli. So che non è semplice, nel nostro cervello iniziano a frullare sensi di colpa, paura di non fare abbastanza, gelosia, non sentirsi adeguate. Ho provato anche io tutto questo, ma ho scelto di prendere tutte queste sensazioni, accartocciarle e buttarle via. Ho osservato Leo diventare papà. Ho ammirato come quest’uomo ha trasformato se stesso, come si è plasmato, adeguato e affrontato le sue paure.

Leo trova il modo di fare tutto a modo suo. E questo mi rassicura, mi fa vivere il mio essere mamma con più tranquillità, senza sentirmi sopraffatta. Mi sento libera di dirgli che mi sento stanca e che ho bisogno d’aiuto. Mi sento libera di farmi una doccia o di un uscire un pomeriggio con le amiche. Il suo essere padre al 100% mi rende madre al 100% a mia volta.

Perché ogni papà è in grado di fare il papà, dobbiamo solo lasciarglielo fare.

Ogni mamma sa fare la mamma anche se non si occupa h.24 di suo figlio.

E’ l’atteggiamento che fa la differenza. Una mamma e un papà non sono uguali, ma sono equivalenti. Un papà deve compiere una trasformazione diversa dalla madre, lui non vive nove mesi in simbiosi, non ha ancora fatto suo il ruolo di padre. Un papà nasce e cresce con il tempo, lottando con le sue paure e le sue incertezze. Perciò a tutti i papà del mondo dico:

Voi potete farcela da soli, agite, siate papà al 100%

speciali e importanti quanto lo sono le madri. Auguro a tutti i papà di guadagnarsi il proprio posto nella vita dei loro figli.

Quindi si, ho sempre pensato di essere una donna con le palle, Leo è sicuramente un uomo con le ovaie!